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THE FABRICS’ SOUP

Fanta-tessile: Il futuro non cresce solo sugli alberi

Batteri, funghi, alghe e scarti alimentari: oltre l’effetto meraviglia, la prova della scala industriale.

di Marco Poli

Il guardaroba del futuro potrebbe nascere in laboratorio. Non è la trama di un film di fantascienza, ma una promessa del tessile: coltivare materiali, recuperare risorse, ripensare ciò che indossiamo. Dopo la pelle di fungo, il repertorio si allarga a batteri, alghe e scarti alimentari, arance, bucce di mela e similia. Purché il cappotto non sappia di espresso.

Conviene però distinguere: coltivare un materiale con l’aiuto di microrganismi non è la stessa cosa che ricavare fibre da uno scarto. Li accomuna la ricerca di alternative, non una formula magica. E l’origine biologica, da sola, non basta a certificare la virtù di un tessuto: contano anche lavorazioni, consumi, durata e fine vita. La sostenibilità merita qualche domanda in più, non un aggettivo in più.

Il vero banco di prova non è soltanto la sfilata. È produrre quantità consistenti, con qualità ripetibile e costi sostenibili; ottenere materiali che resistano all’uso, non soltanto agli applausi. Tra un campione promettente e un tessuto disponibile su larga scala c’è un percorso industriale. Meno fotogenico di una passerella, ma decisamente più rivelatore. Produzione di massa o lusso per pochi eletti? La domanda resta aperta, e probabilmente non avrà una risposta unica. Il punto è capire quali soluzioni sapranno uscire dalla vetrina senza perdere per strada le qualità che le rendono interessanti.

Ben venga, dunque, il «fanta-tessile». A una condizione: che la fantasia sia l’inizio del progetto, non la conclusione del controllo qualità. Perché il futuro della moda può anche crescere in laboratorio. Ma, prima o poi, deve affrontare la lavatrice!