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Tessile e moda British fra heritage e nuovi valori

I settori dei tessuti e dell’abbigliamento britannici visti attraverso l’occhio attento di Marina Iremonger. 

Di Flavia Colli Franzone

Marina Iremonger, Senior Trade Adviser, Head of Consumer, Retail and Creative Trade Team al British Consulate-General di Milano, ha una competenza a 360 gradi sia B2B che B2C, che spazia dal settore tessile, al design creativo, alla moda britannica, dalle attività di retail online e offline, ai nuovi strumenti di promozione di queste industrie. Sempre attenta all’evoluzione del business e del gusto, con lei parliamo della situazione dell’industria tessile UK, dell’heritage e della produzione che l’hanno resa famosa nel mondo. E ovviamente dei valori di sostenibilità e inclusione che animano la nuova generazione di creativi. 

Attraverso la sua vasta esperienza, quale supporto può dare alle imprese britanniche? 

Un aiuto su più fronti, che va dal supporto a uno stilista, che vuole lavorare con le aziende della moda e del lusso, oppure a un brand che vuole esportare, all’aiuto a chi fornisce un prodotto B2B, e quindi il tessuto per abbigliamento, interior, o un design tessile da proporre a chi produce in Italia stoffe. Mi concentro molto quindi sia sul settore della moda, sia sul comparto tessile per promuovere durante le fiere i produttori di tessuti per abbigliamento, mentre sul fronte retail avvio le attività per aumentare la visibilità di piattaforme britanniche di e-commerce o per promuovere i marchi British su piattaforme italiane o internazionali. Per le industrie creative si tratta di promuovere il design della moda, del tessile, della casa. 

All’inizio di questo nuovo anno, il tessile britannico si trova, come il tessile italiano, in una situazione molto fluida di mercato, il cui ritmo è stato scandito dall’andamento della pandemia a livello globale. Oltre che dalla oggettiva difficoltà di viaggiare per americani e asiatici, quali strategie ha messo in campo la UK Fashion & Textile Association per le aziende tessili britanniche? 

L’associazione, che raggruppa produttori di moda e di tessile, organizza dal 2020 una campagna digitale di promozione dell’industria tessile del Regno Unito, che si chiama British Textile Week e che quest’anno ha avuto luogo dal 7 al 13 febbraio, realizzata attraverso il sito ukft.org e i social media Linkedin e Instagram. La British Textile week è stata lanciata in concomitanza al Salone Premiere Vision che ha avuto 16 espositori in presenza e 4 sul digitale, mentre a Milano Unica c’erano 7 espositori britannici, un po’ meno rispetto agli anni pre-covid, ma sappiamo che ci vorrà un po’ di tempo per riacquisire fiducia negli spostamenti, ma anche per superare la pandemia all’interno delle aziende colpite da casi di covid. E’ successo anche a Pitti Uomo dove dagli oltre 40 registrati si è arrivati poi a 21 espositori dal Regno Unito. Un’altra iniziativa digitale, molto utile al settore british e presente sul sito è una directory, una guida che si chiama letsmakeithere.org per cercare aziende tessili e di abbigliamento che fanno un prodotto made in UK., divise per tipo di produzione e sottocategorie. E’ quindi uno strumento per promuove l’eccellenza e l’heritage delle aziende. 

Milano Unica continua però a essere una fiera importante per il tessile UK? 

Certamente, soprattutto l’area di Idea Biella dove ci sono nostre aziende storiche laniere che hanno un mercato molto forte in Italia attraverso gli agenti che servono i migliori brand e sartorie maschili. Alcune aziende, oltre ad esporre fisicamente alle fiere, si sono strutturate con una piattaforma e-commerce B2B, come Moon, che produce tessuti in lana nello Yorkshire, regione storicamente legata all’industria tessile, oppure Joshua Ellis che ha un notevole mercato in Italia.    

Il tessile britannico ha una prestigiosa, storica tradizione. Che cosa lo rende speciale e unico, quasi “cool” agli occhi di fashion designer e creativi? 

Quella tessile è stata la principale industria della Rivoluzione Industriale, portando il Regno Unito al primato mondiale. Proprio nel Nord dell’Inghilterra, grazie alle miniere di carbone, all’acqua, ai trasporti ferroviari, è nato un cluster di tessiture che lavoravano il cotone, proveniente dai territori dell’impero britannico, la lana, la juta e altre fibre. Tutto questo durante la prima guerra mondiale è stato riconvertito in forniture militari e questo ha inciso moltissimo sullo stile della moda maschile del paese, perché la divisa, il montgomery di lana idrorepellente, la giacca waterproof, i bottoni, gli alamari hanno ispirato la produzione futura, e ancora lo stile odierno, influenzando anche gli stilisti di nuova generazione. Alla fine del primo conflitto mondiale molte aziende tessili non hanno avuto più commesse e hanno cessato l’attività. Quelle sopravvissute nella regione dello Yorkshire, dove l’epicentro era a Leeds e a Bradford, sono tuttora eccellenti, ma ci sono aziende importanti anche nel Somerset e in Scozia. Mi piace citare una cosa che nessuno ricorda, che Nottingham nella seconda metà dell’Otttocento è stato il centro mondiale del merletto, del pizzo madras, tessuto su telai antichissimi. Ora nella città rimangono solo una piccola azienda che fa il pizzo e poi il Lace Market a uso turistico. Tuttavia, l’azienda scozzese Morton Young & Borland produce ancora madras e pizzi su vecchi telai di Nottingham che fornisce a case di moda nel mondo e ai teatri per i loro sipari oltre a essere impiegati per tendaggi e tovaglie. Ho visitato l’azienda ed è stato affascinante constatare come siano state preservate la tradizione e la cultura del tessile britannico.  

Quale rimane ancora oggi il tessuto Inglese più identificativo per l’abbigliamento maschile? 

Nell’immaginario collettivo il cinema è servito molto a perpetrare l’allure inglese. Il tessuto per la moda uomo e per l’abbigliamento country, perché proprio in campagna nasce la giacca di stile inglese, è ancora herringbone tweed a spina di pesce. Il tweed è un tessuto scozzese protetto dalla Harris Tweed Authority ed è l’unico al mondo protetto da un Atto del Parlamento e prodotto in quantità commerciali usando tecniche tradizionali. Se invece penso a un business attire, un pattern altrettanto identificativo è il grey flannel medium grey striped, cioè il gessato grigio con una sottile riga bianca, per esempio quello indossato da Roger Moore in un famoso film della serie 007, oppure il gessato di flanella grigio scuro chiamato chalk stripe flannel, come quello del completo di Churchill, la cui stoffa fu fornita dalla famosa tessitura Fox Brothers nel Somerset.

E per la donna?

Forse il pattern piu’ usato da stilisti e case di moda è il tartan. Il produttore principale è la Lochcarron of Scotland, fondata nel 1892, che fornisce stilisti come Vivienne Westwood o come il giovane Edward Crutchley. Il tartan è da sempre associato al british, che sia declinato nel kilt tradizionale, nel mini-kilt punk, nel capo importante di Vivienne Westwood, nelle proposte di stilisti italiani o francesi.  

Dal suo osservatorio privilegiato, ha modo di monitorare le correnti del gusto e la loro evoluzione, di incontrare giovani creativi supportati anche da programmi governativi. Un tempo, la Swinging London ha forgiato miti e mode. Quale fase creativa sta attraversando ora il Regno Unito? 

La pandemia e la Brexit hanno avuto un impatto fortissimo sui settori creativi del Regno Unito, soprattutto sulla moda. La scena di Londra è stata da sempre piattaforma di nuovi talenti perché è un crogiolo di creatività internazionale. Con poche o nulle occasioni di viaggio e incontro, un azzeramento delle mostre ed eventi fisici, difficoltà a viaggiare a causa della pandemia, questo ambiente creativo ha subito una battura d’arresto. Tuttavia, il British Fashion Council e le scuole come la Central Saint Martins e il London College of Fashion continuano ad attirare stilisti e studenti internazionali grazie alla loro unicità. Il BFC ha organizzato le ultime edizioni della London Fashion Week in formato ibrido, con sfilate e presentazioni in showroom sia fisiche sia digitali, e ha continuato a promuovere la sostenibilità, l’artigianato e il lavoro etico, la diversità e inclusione tramite l’Institute of Positive Fashion, una piattaforma e una community che promuovono un’industria della moda resiliente e circolare tramite collaborazioni e attività locali. Il programma NewGen supporta gli stilisti emergenti con attività di mentoring e business training, lanciandoli nel mondo della moda sia con sfilate e presentazioni a Londra, sia con le London Showrooms a Parigi e Milano. 

Ci sono giovani stilisti che, secondo lei, oggi possono raccogliere l’eredità impegnativa di fashion designer entrati nella storia come Dame Vivienne Westwood o Sir Paul Smith?

Al di là di questi due personaggi iconici – mi piace ricordare che spesso Paul Smith viene personalmente a visitare Milano Unica – con le loro produzioni di qualità e l’attenzione al nuovo percorso eco-friendly della moda, a incarnare i valori di sostenibilità oggi c’è Stella McCartney per l’uso di materialigreen. Tra i giovani stilisti faccio un po’ fatica a separare stile da concettualità, e anche i buyer sollevano lo stesso problema. La concettualità legata al riciclo di materiali, all’eco design, al lavoro etico e di sostegno alle comunità locali sono gli argomenti che molti antepongono, a volte facendo perdere di vista la personalità e il tratto distintivo di ognuno.

Mi sento però di citare Emilia Wickstead per la sua impronta English romantic e la cura nei tagli degli abiti –  non per niente veste la duchessa di Cambridge – e poi Edward Crutchley per l’attenzione ai tessuti e l’artigianalità, e Halpern per la sua stravaganza ed esagerazione glamour.