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BLUE OF A KIND

Fabrizio Consoli: Il denim è un tessuto vivo, e noi gli diamo lunga vita…

Fabrizio Consoli

“Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”, in questo payoff che accompagna il tuo brand è sintetizzata tutta la sua filosofia. In realtà, invece, c’è molta creatività in tutto, già dalla sua concezione. Per non parlare della “metamorfosi” dei capi che selezionate, per dar loro nuova vita… Come è nata l’idea BLUE OF A KIND?

BLUE OF A KIND è nata per “passi laterali” un po’ come si procede su un cornicione… diversi anni fa lavoravo già in ambito denim e, guardandomi intorno, si percepiva la tendenza verso la sostenibilità. Mi sono chiesto quale fosse il capo di abbigliamento più sostenibile. La risposta è arrivata per scherzo parlando con un mio socio: “quello che abbiamo già nell’armadio”. Così, abbiamo iniziato a fare alcune prove con un approccio“test & learn” su capi, assieme ad una società di confezione alla quale abbiamo chiesto se sarebbero stati in grado, oltre che di cucire, anche di scucire. Da lì è nata una convergenza di creatività molto concreta, influenzata tanto dallo stile quanto dalla ricerca di funzionalità e dai limiti oggettivi dei capi originali. La società di confezione è chiaramente diventata nostra partner

Ti propongo un altro slogan che tu hai adottato per sintetizzare un concetto semplice ma, molto articolato nel suo svolgimento: “la vera creatività fiorisce là dove esistono limiti”. In questa epoca di superficialità e di omologazione, tu sei riuscito invece a sedurre un pubblico più consapevole, più aggiornato, informato… come, con quali strumenti e quale è il profilo del tuo cliente?

Parliamo con una lingua che viene colta naturalmente da persone che “si riconoscono”, che ben ricevono un approccio valoriale e non solo estetico. C’è a mio avviso la necessità di raccogliersi intorno a qualcosa, magari ad un’idea, un approccio differente alle cose. 

All’inizio abbiamo comunicato attraverso la stampa ed i social, anche con la leva di un tipo di estetica particolare. Poi abbiamo aperto un punto vendita. Chi entra ci conosce già o chi è incuriosito: sulle vetrine abbiamo infatti una frase provocatoria: these jeans are made of garbage. Il profilo dei nostri clienti è piuttosto trasversale ma profilato. Istruito, benestante, curioso, non ama l’omologazione. Cerca per sé la consapevolezza di un capo diverso e che racconti in cosa crede, ma in modo discreto e non urlato.

Produzione Kilometro-zero, non spreco di acqua, tinture naturali e riparazioni gratuite!

Dopo un percorso virtuoso, i vostri capi pare che non muoiano mai… Pierre-Alexis Dumas di Hermès ha detto che il vero lusso sono le cose che possono essere riparate. Sei d’accordo? Non credi che ci sia anche un po’ di snobismo di fondo in questo “accanimento terapeutico” sui capi? 

Non credo c’entri lo snobismo. Credo che, al di là delle questioni di sostenibilità, sia piuttosto la volontà di tornare a dare un peso e un valore alle cose. Al jeans ci si affeziona, e si vorrebbe prolungare il nostro rapporto con il capo che abbiamo scelto, indossato, amato. E poi, sì, le cose che possono essere riparate, in genere sono di buona qualità. 

Perché hai scelto il denim come materia sulla quale fondare questo business? 

Direi che ci sono una ragione tecnica ed una più profonda. Come ho detto, è un prodotto che innanzitutto conoscevo. Dal punto di vista industriale poi, il denim offre una coerenza molto forte, avendo la maggior parte dei capi elementi ricorrenti in termini di estetica e costruzione, dunque perfetti anche per la possibilità di ingegnerizzare un processo.

Infine il denim è un tessuto vivo, e porta con sé tutta la seduzione di un elemento che cambia con il passare del tempo, pur rimanendo sé stesso.